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I am an American, Chicago born – Chicago, that somber city – and go at things as I have taught myself, free-style, and will make the record in my own way: first to knock, first admitted; sometimes an innocent knock, sometimes a not so innocent. But a man's character is his fate, says Heraclitus, and in the end there isn't any way to disguise the nature of the knocks by acoustical work on the door or gloving the knuckles. (S. Bellow, The Adventures of Augie March)

giovedì 5 novembre 2009

Democratization

L'anno scorso quarant'anni dal '68, quest'anno vent'anni dal '89. Una sacco di mie amici sono affascinati dal mito del '68, ma io non li capisco molto. Nel '68 non c'ero, quando è caduto il muro di Berlino avevo tre anni, ed ho vissuto in tutto quello che è successo dopo. Mi sono reso conto di 'sentire' questo anniversario più di quanto pensassi quando ho letto questo articolo, che dovete assolutamente leggere per capire, perché c'è scritto tutto ed è scritto meravigliosamente bene: la sorpresa, la speranza, l'entusiasmo, la delusione, l'accettazione. Mi sono sorpreso ad invidiare le generazioni, come quella dei miei nonni, o quella dei giovani est-europei che hanno vissuto l'89, che mentre si affacciavano alla vita vedevano la fine degli autoritarismi, provavano davvero la sensazione di essere padroni del proprio destino: che gloriosa sensazione dev'essere stata. L'articolo descrive anche quello che viene dopo: la difficoltà di confrontarsi con un mondo difficile e triste, l'amarezza di vedere sfiorire quella speranza che per qualche tempo era diventata realtà; ma anche il gusto particolare di avere un succo d'arancia fresco, un giornale libero, un passaporto nel cassetto. Un gusto che forse non riusciamo a provare, ma che sentiamo istintivamente umano e universale, e che purtroppo non riusciamo a spiegare ai soloni della realpolitik e del multiculturalismo.

lunedì 9 febbraio 2009

La vera battaglia dovrebbe essere quella fra gli Ultrà e le Persone di Buon Senso

Navigando qua e là per blog e siti d'informazione sono stato colpito dalla straordinaria violenza verbale che caratterizza le argomentazioni dei pro-life e dei pro-choice; ora, capisco che sia una materia su cui ci si appassiona (vita, morte e quello che c'è in mezzo), ma:

1- perché i cosiddetti "laici" reagiscono in maniere così isterica e scomposta? Sarebbe addirittura in corso un golpe? Ma stiamo scherzando?
A me sembra che proprio in questo dibattito siano indispensabili calma, sicurezza, rispetto per l'avversario, argomentazioni logiche e razionali che non facciano perno su pregiudizi anti-cattolici o scatti emotivi (non ricordo più chi diceva che l'anti-cattolicesimo è l'antisemitismo degli intellettuali). Mi sembra che, se davvero in Italia abbiamo questo enorme problema dell'ingerenza del Vaticano nelle cose dello Stato, la risposta "laica" debba stare nell'opporsi con tutta la travolgente e pacata forza del dubbio e della ragionevolezza agli argomenti dogmatici dei "cattolici"; finché i "laici" confonderanno il metodo del dubbio con l'assolutezza del relativismo non usciranno dal circolo vizioso della violenza (verbale) a cui porta l'insicurezza delle proprie idee.

2- Il problema è che le discussioni in materia di etica e politica sono come il c.t. della nazionale di calcio (o la satira): ognuno è convinto di essere il migliore a farle, e di conseguenza attorno a vicende emblematiche come quelle di questi giorni si scatena un putiferio che per competenza, passione e - ancora - violenza verbale ricorda le discussioni sulla coesistenza di Totti e Del Piero in Nazionale. Ora, ognuno può - e deve - formarsi una propria opinione su queste problematiche, però ci vorrebbe anche l'umiltà di comprendere che quelle che noi riteniamo argomentazioni così forti ed auto-evidenti da poter essere negate solo da una profonda malafede, sono in realtà molto più controverse, difficili, tecniche. La mancanza di competenza nel discutere questi argomenti in pubblico porta a mancanza di lucidità, emotività e, infine, alla solita mentalità da stadio. A volte, per il bene della causa, bisognerebbe avere il coraggio ed il buon senso di tacere e lasciar fare a chi ha la competenza e l'autorità per parlare in nostra vece. Non fosse altro per non contribuire all'insopportabile rumore di fondo.

3- Ancora una cosa sul complesso da accerchiamento che attanaglia i c.d. laici: qualsiasi discussione con il c.d. uomo della strada così come i vari sondaggi mostrano come la maggioranza dell'opinione pubblica in questa come in tante altre questioni ha un punto di vista decisamente secolarizzato. Per quale motivo, quindi, ogni battaglia con una minoranza forte e organizzata, ma che nel lungo periodo mi sembra senz'altro destinata a perdere "la guerra", finisce per diventare la battaglia campale per salvare l'Italia da una assetto di potere teocratico? Questa mi sembra una discussione interessante da fare.

domenica 8 febbraio 2009

Oscar!

Ora, mi è capitato di passare le ultime tre serate guardando tre "filmoni", 2 delusioni su 3, pensavo peggio. In questo periodo di premi escono un sacco di film che sembrano interessanti, quindi almeno adesso saprete come allocare il vostro prezioso tempo-denaro in questi tempi di crisi:

1- Revolutionary Road
Cioè M.me Bovary, Stati Uniti, metà dei '50 - il povero Di Caprio si trova a convivere con la solita artistoide pessima ed insoddisfatta e non è nemmeno fico come il buon Don Draper (anzi, ricorda molto di più il viscido Pete Campbell, no?). Inoltra a complottare contro questo onesto lavoratore e padre di famiglia quello smorfioso ruffiano di Sam Mendes nonché la sceneggiatura che finge di non premiare nessuna moralità, ma che, diciamolo, è smaccatamente a favore di quella stronza della Winslet (cioè, stronza è il personaggio che interpreta: sono sicuro che KW nella vita vera è una persona cordiale, simpatica e per niente menosa, ho letto anche che le piacciono i Cranberries). Comunque, un film che non andrei a vedere con mia moglie se avessi una moglie e fossi sposato da una 15na d'anni. C'è anche il folle che è pazzo perché "vede la vita per com'è realmente". Mah. Basta tanta buona tecnica a salvare un film così ontologicamente odioso? Mah.

2- The Curious Case of Benjamin Button
Questo l'ho visto in inglese con dei sottotitoli stranissimi (tipo tradotti dallo slovacco in inglese con uno di quei programmi per la traduzione automatica). A favore: be' le 2h e 43min scorrono e già è tanto; a sfavore: un protagonista del tutto piatto ed inverosimile ("psicologicamente") che agisce da pretesto per il dipanarsi della geometrica potenza della regia di Fincher: il tempo, il tempo che scorre, gli ingranaggi, il vecchio orologiaio cieco, le guerre mondiali, ellissi, avanti, indietro, la teoria del caos, etc. Un occasione persa? Non saprei. Mi sembra un cinema che vorrebbe essere neo-classico, ma che risulta - mi si perdoni - nato vecchio. Altra cosa era, ad es., Forrest Gump.

3- Frost/Nixon
Ecco un film che aspettevo e che non ha deluso. R.Howard mette tutto il suo mestiere al servizio di una sceneggiatura troppo bella per essere vera e di un paio di interpretazioni magistrali (F.Langella, il grandissimo K.Bacon); se fossi un critico, e se fossi uno di quei pessimi critici che scrive così, scriverei che "c'è questa fantastica stratificazione di 'sguardi' che si sovrappongono, ognuno con la sua particolare versione: così alle telecamere il compito paradossale di catturare l'essenza di un'intervista con la tecnica chiaramente anti-dialettica della televisione; c'è poi lo sguardo della cinepresa, che cattura a sua volta le cineprese che girano questo finto-vero documentario, basata sulla vera-finta storia di menzogne politiche e disinganni giornalistici della presidenza Nixon; c'è poi lo 'sguardo teatrale' di una sceneggiatura tratta da un'opera di teatro tratta a sua volta da una storia vera: come non pensare al Riccardo III durante lo straordinario e - appunto - meta-teatrale monologo telefonico (il telefono, ancora un altro strumento che con la sua specificità tecnica confonde le nostre percezioni dirette!) in cui il vecchio leone, stanco e confuso, lancia un'ultima sfida al suo (in)degno avversario, mostrandogli il collo, pronto ad una sconfitta che in fondo vuole, pronto alla grande e tragica - teatrale - uscita di scena a cui anela, e che sa di meritare (così come il 'popolo americano' si merita un catartico processo televisivo)"; ma, dato che queste cretinate io non le scrivo, dico solo: gran bel filmone.

4 (Bonus!)- Milk
Dimenticavo: ho visto anche Milk settimana scorsa. Due parole? Be', a parte la solita bravura sovraumana di S.Penn e la straordinaria bravura di J.Brolin (che interpreta davvero uno dei 'cattivi' migliori da tanto a questa parte) e a parte una fotografia deliziosa (per come sgrana il girato per confonderlo con il reale, come - mi sembra - in un quadro impressionista), la solita agiografia che ci dimenticheremo.

lunedì 2 febbraio 2009

Io quella gente la conosco

Se qualcuno avesse ancora dubbi sul fatto che istruzione ed intelligenza non sono due variabili strettamente e positivamente legate, a convincerlo arriva l'ultima ricerca di Mannheimer (Corriere di oggi), che mostra come fra i sostenitori del partito di Di Pietro i laureati sono sovrarappresentati...

domenica 1 febbraio 2009

E c'è chi pensa che il nostro non è un mondo meraviglioso

Mirabolanti, si racconta, le richieste del vecchio Hef. Tipo una suite con idromassaggio pirotecnico, finte cameriere vestite in latex, barattoli di Viagra, cuoche che cucinino solo per lui, e per il suo harem, ricette ad alto tasso erotico prescritte da un mago della sessuocucina americana: condimenti a base di peperoncino, ostriche e molluschi, zafferano, cioccolato azteco, ma pure cocktail sesso-energetici come il Seven Tiki a base di bucce d'arancia spruzzate sul fuoco di una candela per esaltare il profumo del rum [corsivo aggiunto].

martedì 27 gennaio 2009

Di pizze, kebab e tolleranza [lungo]

Stamane leggo sul giornale (1) che a Lucca la giunta comunale ha deciso di proibire i ristoranti etnici nel centro storico per preservare la tradizione culinaria locale. Il giornale, come son soliti fare i giornali, ha chiesto ad un grande chef di esprimere un parere su questa vicenda: egli per prima cosa ha affermato che dobbiamo accogliere nel nostro alveo le tradizioni culinarie altrui, dato che esse arricchiscono la nostra cultura; s'è però affrettato ad aggiungere che le pizzerie-kebab andrebbero proibite, poiché pizza e kebab son cose due cose che insieme non si sono mai viste, e non vanno bene!

Cosa ci insegna, quindi, questa storia? Innanzitutto mi sembra di poter stabilire con una certa sicurezza che il nostro chef, nel dibattito sulla cosiddetta «società multiculturale», si schiera con chi non si oppone alla presenza di minoranze etniche diverse in un paese, a patto che esse non si confondano con e non «imbastardiscano» la cultura dominante; secondo, lo chef non ha un'idea molto precisa di come si forma una tradizione culinaria: non so se egli sia anche esperto di dolci, ma di sicuro non conosce, ad esempio, la storia della straordinaria pasticceria siciliana, che molto deve al periodo di dominio arabo dell'isola. Ci sarebbe da fare poi un'ultima considerazione sui veri motivi che sottendono all'ordinanza, che scommetto hanno a che fare, più che con coraggiose battaglie culturali, con la minore espansività ed il relativo successo dei ristoranti stranieri rispetto alle costose osterie toscane; ma questa è un'altra storia...

In realtà il nostro cuoco esprime una posizione che, a livello intuitivo, in molti condividono: una margherita condita di kebab è un'aberrazione gastronomica nonché un insulto al nostro «piatto nazionale», e non la si può certo paragonare ad un delizioso cannolo farcito di ricotta e canditi; chi scrive, in realtà, è un fan della pizza-kebab e non ama i cannoli, ma il problema appunto non sono i gusti, ma la maniera nella quale avvengono le innovazioni in una cultura e il significato stesso della parola «cultura»; probabilmente la pizza-kebab è davvero un'aberrazione destinata ad estinguersi nel giro di pochi anni (io spero di no!), eppure è un viatico necessario ed inevitabile del processo di integrazione ed innovazione che permette l'evoluzione della società, cioè quelli che von Hayek definiva i «processi sociali spontanei»; essi, a volte, sono dolorosi, e non solo per gli sfortunati avventori di pessimi ristoranti etnici, ma anche – per passare ad esempi decisamente più drammatici – per chi subisce gli effetti dell'inevitabile aumento della criminalità causato dall'immigrazione. Questo «inevitabile dolore» ci deve forse spingere a presidiare le nostre frontiere con tutta la forza di cui è capace lo Stato, od a negare il diritto alla libera iniziativa economica ad onesti imprenditori della ristorazione?

Il problema della tolleranza è quindi cardinale nella teoria delle liberal-democrazie: tolleranza non significa semplicemente laissez-faire, permettere cioè che anche gli altri vivano la loro vita «finché ciò non influisce sulla mia», ma, precisamente, subire e sopportare anche il fatto che spesso le azione degli altri influiscono sulla nostra vita, fosse anche solo turbando la nostra sensibilità religiosa, o semplicemente irritandoci per la loro intrinseca stupidità; cioè dobbiamo tollerare quegli atteggiamenti che - paradossalmente - riteniamo intollerabili (2).

Qual è la nostra soglia del dolore? Quanta tolleranza siamo disposti ad esercitare?
Il punto - a mio avviso - non è l'imbastardimento culturale in sé, dato che, volenti o nolenti, possiamo farci poco (quelli che vogliono impedire il «meticciato» mi ricordano la storiella del pazzo che cercava di rendere dolce il mare versandoci cucchiaini di zucchero), ma piuttosto con chi andiamo ad incrociarci. Spesso ci si scorda che oltre la democrazia, che è una cosa bellissima, un altro fantastico traguardo che siamo riusciti a conquistare è quello del liberalismo politico. Il liberalismo, ci tengo a precisare, è ben diverso dalla democrazia. La democrazia infatti è fondamentalmente un metodo di governo, mentre il liberalismo sembra più un assetto sociale che permette l'autodeterminazione dell'individuo. Ci si scorda anche il liberalismo è uno dei figli dell'Illuminismo (3), e che in quanto tale parte da una premessa forte, fortissima, (altro che relativismo culturale!): che cioè l'uomo sia in grado di conoscere in maniera sostantiva le cose del mondo, sia del mondo fisico che del mondo umano (cioè della società) e che l'unico valore a cui l'uomo può e deve tendere è la verità, l'unico valore sul quale possiamo costruire nel nostre filosofie politiche. Che sia preferibile vivere in una società basata sulla libertà sociale ed economica non è un semplice assunto metafisico come quello di chi crede che sia meglio vivere in una società teocratica, o almeno è un assunto che si ferma ad un gradino metafisico inferiore (con precisione, a quello del mondo noumenico). Il punto è che la nostra società è migliore perché è libera, ed è così perché ci abbiamo ragionato su, lo abbiamo provato, ed abbiamo visto che era vero.

Ora, io credo che l'Islam porti effettivamente una minaccia alla nostra società, che non è tanto quella del terrorismo (che è un epifenomeno), quanto quella dell'ignoranza, dell'oscurantismo. In che maniera possiamo sfuggire a questa minaccia? Possiamo sfuggire alla decadenza della nostra culturale liberale diventando illiberali noi stessi? Possiamo farlo vietando ad altri di essere imprenditori, di pregare pubblicamente? Quanta fiducia abbiamo nelle nostre liberal-democrazie e nell'economia di mercato? Non possiamo avere abbastanza fiducia in noi stessi da pensare che, piuttosto che essere convertiti all'oscurantismo dell'intolleranza (che poi è l'oscurantismo delle ordinanze stupide), potremmo essere noi a convertire fanatici religiosi in imprenditori della ristorazione di successo e soddisfatti, in cittadini a pieno titolo della nostra libertà?


1 Mi pare il Corriere della Sera, non trovo il link sul sito e comunque non è importante.
2 Su questa tensione insita nel concetto di intolleranza cfr. Williams 1996.
3 E tutto sommato mi sembra un bravo ragazzo, pur con qualche sbandata - a differenza delle pecore nere che ci sono in ogni famiglia (tipo: il socialismo).

lunedì 26 gennaio 2009

1-
A Genchi piace mostrarsi seduto al suo scrittoio, tra gli schermi di cinque grandi computer. Non è parco di parole. Il suo è un flusso verbale ininterrotto impastato di allusioni, suggerimenti, accenni, avvertimenti che risultano per lo più oscuri, indecifrabili. Si compiace del mistero che sollecita. Gli piace apparire un uomo che sa troppo cose indicibili, ma dicibilissime, se gli si sta troppo addosso. Se stimolato, Genchi racconta, ricorda, precisa a gola piena. Spiega di come sia stato lui il primo, nella polizia, "nonostante la forte vocazione umanistica", a darsi da fare con l'informatica, l'elettronica, la topografia applicata e i primi "teodoliti al laser", che solo Dio sa che cosa sono (cfr. "La conversazione", COPPOLA 1974).

2- Qualcosa mi dice che ci toccherà leggere il titolo "La svolta di Obama: [inserire provvedimento a caso]" ogni giorno per qualche mese ancora.

domenica 25 gennaio 2009

A Silvio quel che è di Silvio

Che Berlusconi sia un cafonazzo lo sappiamo tutti, e appunto lo sappiamo che lo sappiamo; quindi non vedo dove sia lo scandalo nella sua dichiarazione "scandalosa", che nel merito mi sembra molto giusta, sensata e di sinistra e anti-populista. Infatti se traduciamo dal cafonese all'italiano, notiamo come il cavaliere ha invero espresso un concetto affatto condivisibile: non ha molto senso ed è anzi controproducente mettere un militare ad ogni angolo della strada per combattere la criminalità in quanto, purtroppo, certi crimini odiosi comunque succedono e si può far poco. Shit happens, dicono gli americani.
Il problema, come al solito, è di forma; e sì che stavolta il presidente è riuscito perfino a non offendere nessuno, non ha insinuato che le donne che vanno in giro scosciate se la vanno a cercare o cose del genere. Semplicemente, ha messo la cosa nel suo solito modo cafone. E non vedo dove sia il problema: grazie a Dio per governare bene il buon gusto e la raffinatezza non sono doti necessarie (che poi Berlusconi non sia grandemente dotato di altre doti che magari utili sarebbero è un altro discorso).
Purtroppo in Italia la dialettica sinistra-destra è ridotta ad una problema di cattivo gusto e buon gusto, di raffinatezza e cafonaggine, e non mi riferisco solo a quella fra i partiti, ma anche (e soprattutto) a quella che avviene in società; la sinistra è permeata della convinzione – sottilmente razzista e fondamentalmente stupida – che chi legge Proust, ascolta Bach e subisce i film di Lynch sia una persona migliore di chi legge Tom Clancy e va a vedere i cine-panettoni. Eppure, credo, non per forza una persona dall'ignoranza irritante è un cretino e un disonesto (oltretutto mi sembra che – così, a naso – nell'ampia categoria delle persone moralmente vomitevoli capiti più spesso di trovare acculturati anziché ignoranti. Ma questo è solo un mio pregiudizio, non credo comunque che ci sia una correlazione statisticamente significativa fra cultura e moralità.)

giovedì 2 ottobre 2008

notizie dalla torre d'avorio

Quest'articolo di Repubblica ci spiega la nuova tendenze on the cheap (cristo!) cioè arredare la casa con materiale di recupero come fanno gli studenti. Da studente, mi prendo una rivincita su quelli che vivono fuori della torre d'avorio e ci dicono che non capiamo niente del paese reale: lo studente reale va volentieri a comprare mobilia da Ikea e affini, giuro (ok, ogni tanto me lo faccio un giro la domenica sera tardi prima che passi l'ATM a ritirare, ma sono sicuro di essere outlier).

sabato 27 settembre 2008

Obama / McCain

Ho seguito stamane in replica su Skytg24 il dibattito Obama-McCain - malamente tradotto quindi tutto quello che scrivo di seguito potrebbe essere viziato da ciò -, e le analisi che si sprecano in queste ore vogliono un Obama convincente sull'economia e McCain che maramaldeggia in politica estera; dato che il dibattito era incentrato sulla politica estera ne risulta il responso che un po' tutti si aspettavano, con McCain in vantaggio. Io la vedo un po' diversamente (per quel che ne capisco da buon provinciale).
E' vero, McCain era in difficoltà sull'economia, era un tema difficile per lui sia per la situazione contingente che per la sua riconosciuta scarsa preparazione in materia; Obama è stato decisamente più articolato, preparato, preciso; eppure i toni da saggio nonnetto di McCain, i suoi accenti libertari, non so, mi hanno colpito maggiormente, mentre Obama, con la sua copertura sanitaria nazionale, ha insistito su un'impostazione economica sociale che gli americani puniscono dai tempi di Lyndon Johnson. Forse la crisi economica ha davvero cambiato tutto e gli americani vogliono che sia gestita da uno à la Obama, ma non sono convinto.
In politica estera McCain ha, dicevo, maramaldeggiato, eppure la sua impostazione si è confermata essere una versione rivisitata e corretta della dottrina Bush (non dell'ultimo Bush) e io so, credo, che l'America si sia stancata di mandare i suoi ragazzi a morire per guerre che non capisce; Obama, con il suo pragmatismo, con il suo continuo richiamarsi a Kissinger, con il suo ritorno al dialogo ed al multilaterlismo, a mio avviso ha centrato il punto.
Il dibattito, alla fine, non sposterà un voto. Però non ho potuto non pensare che il presidente ideale - per gli americani che voteranno, ora come ora, non idealmente - dovrebbe avere le capacità di McCain e la piattaforma di Obama in politica estera e viceversa per la politica interna, e che questo dibattito non ha fatto che confermare che si tratta di una sfida fra due debolezze.

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